PERCHÉ NON BISOGNA PICCHIARE I BAMBINI

PERCHÉ NON BISOGNA PICCHIARE I BAMBINI

Le botte “a fin di bene” non esistono di Alice Miller

Un documento da diffondere intorno a te.

Perché le sculacciate, gli schiaffi e altri tipi di botte, apparentemente inoffensivi, come gli schiaffetti sulle mani di un bambino, sono pericolosi?

Perché gli insegnano la violenza attraverso l’esempio che ne danno.

Perché distruggono la certezza di essere amato di cui il bambino ha un bisogno vitale.

Perché creano un’angoscia permanente: quella della prossima punizione.

Perché sono portatrici di una menzogna: pretendono di essere educative mentre, quando sono inferte, servono solo ai genitori per sbarazzarsi della loro collera. Picchiano perché sono stati picchiati da bambini.

Perché inducono alla collera e ad un desiderio di vendetta rimossi che si esprimeranno in un secondo momento.

Perché programmano il bambino ad accettare argomentazioni illogiche (ti faccio del male per il tuo bene) e le imprimono nel suo corpo.

Perché distruggono la sensibilità e l’empatia verso gli altri e verso sé stesso.

PERCHÉ NON BISOGNA PICCHIARE I BAMBINI

Quale lezione il bambino impara dalle punizioni corporali?

Impara che un bambino non merita rispetto.

Che si può apprendere bene attraverso le punizioni (– cosa falsa: in realtà le punizioni insegnano al bambino solo a voler punire a propria volta quando sarà giunto il suo momento).

Che non bisogna sentire la sofferenza, che bisogna ignorarla, cosa deleteria per il suo sistema immunitario.

Che la violenza fa parte dell’amore (insegnamento che può portare alla perversione).

Che la negazione delle emozioni è salutare (ma sarà il corpo a pagare il prezzo di questo errore, spesso molto più tardi).

Che non bisogna difendersi prima dell’età adulta.

Le tracce nocive delle cosiddette “botte date a fin di bene” restano impresse nella memoria corporea e non vengono più dimenticate.

PERCHÉ NON BISOGNA PICCHIARE I BAMBINI

Come ci si libera dalla collera rimossa?

Durante l’infanzia e l’adolescenza

Ci si burla dei più deboli.
Si picchiano i propri compagni e compagne. Si umiliano le ragazze.

Si aggrediscono gli insegnanti.

Si vivono le emozioni proibite davanti alla televisione o ai videogiochi, identificandosi con gli eroi violenti (i bambini che non sono stati mai picchiati si interessano meno ai film crudeli e non produrranno dei film pieni di atrocità, una volta divenuti adulti).

PERCHÉ NON BISOGNA PICCHIARE I BAMBINI

Nell’età adulta:

Si perpetuano le stesse violenze subite, apparentemente come efficace mezzo educativo, senza rendersi conto che, in realtà, ci si vendica delle proprie sofferenze sulla generazione successiva.

Si rifiuta (o non si è capaci) di comprendere la relazione tra la violenza subita un tempo e quella ripetuta attivamente oggi. Si continua a perpetuare l’ignoranza della società (o meglio la cecità emotiva che impedisce la comprensione).

Ci si impegna in attività per le quali è previsto l’uso della violenza.

Ci si lascia influenzare facilmente dai discorsi dei politici che individuano capziosi capri espiatori per liberarsi della violenza che si è immagazzinata nell’infanzia e di cui ci si può infine sbarazzare senza essere puniti: razze “impure”, etnie da “pulire”, minoranze sociali disprezzate.

Poiché da bambini si è obbedito alla violenza, si è pronti ad obbedire a qualsiasi autorità che “ricordi” quella dei genitori, come i tedeschi hanno obbedito a Hitler, i Russi a Stalin, i Serbi a Milosevic.

Invece si può prendere coscienza della rimozione, impegnarsi a comprendere come la violenza si trasmette dai genitori ai figli e cessare di maltrattare i bambini di qualunque età. Lo si può fare (molti ci sono riusciti) non appena si comprenda che le sole vere ragioni per somministrare botte “educative” si nascondono nella storia rimossa dei genitori.

Alice Miller, 22 maggio 2003

PERCHÉ NON BISOGNA PICCHIARE I BAMBINI

Traduzione del testo originale:

Patrizio Lampariello ( Non Togliermi il Sorriso)

PERCHÉ NON BISOGNA PICCHIARE I BAMBINI

 

Spero questo articolo possa esserti stato d’aiuto. 

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