DIDATTICA PERSUASIVA

5 STRATEGIE DIDATTICHE CHE FORSE NON CONOSCI.

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STRATEGIE DIDATTICHE: QUALI SONO LE MIGLIORI?

Strategie didattiche parola troppo spesso generica e priva di riferimenti precisi, ma quali sono davvero quelle che la scienza e la ricerca reputa le migliori in qualsiasi contesto scolastico? Non lo sai? Conviene che tu legga questo articolo! 🙂

Di seguito si elencheranno alcune delle strategie didattiche più innovative e quelle ritenute più rilevanti dal punto di vista pedagogico chiaramente poi spetterà a te la decisione a quale fare riferimento e di sfruttare la strategia didattica che più ritieni opportuna per il tuo contesto di lavoro.

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1. COOPERATIVE LEARNING STRATEGIE DIDATTICHE

Per Cooperative Learning (letteralmente apprendimento cooperativo) si intende un metodo didattico che coinvolge gli studenti nel lavoro di gruppo per raggiungere un obiettivo comune, promuovendo l’effetto di migliorare reciprocamente il proprio apprendimento.

Non tutti i lavori di gruppo però sono da considerarsi Cooperative Learning.

Un lavoro di gruppo si considera Cooperative Learning quando è caratterizzato dai seguenti elementi, evidenziati da Fiorino Tessaro: STRATEGIE DIDATTICHE, STRATEGIE DIDATTICHE, STRATEGIE DIDATTICHE, STRATEGIE DIDATTICHE

 

Per quanto riguarda l’insegnante, l’apprendimento cooperativo consiste in un insieme di tecniche di conduzione della classe, in cui gli studenti lavorano in piccoli gruppi, suddivisi per attività di apprendimento comuni, e ricevono valutazioni in base ai risultati conseguiti, sia singolarmente che dal gruppo.

Le sperimentazioni di questo metodo, attualmente in uso in Italia prevalentemente nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria, evidenziano diversi vantaggi.

In primo luogo, tutti gli studenti lavorano più a lungo e con risultati migliori, accrescendo la propria motivazione intrinseca e sviluppando capacità di ragionamento e pensiero critico.

Vengono inoltre promosse le relazioni tra gli studenti, che risultano essere più positive e rispettose, in quanto tutti i membri del gruppo riconoscono l’importanza dell’apporto di ciascuno e sviluppano così spirito di squadra.

Si evince un aumento dell’autostima personale e quindi un maggior benessere psicologico. È stato inoltre dimostrato che il Cooperative Learning approfondisce le capacità di comprensione e rende i contenuti appresi più significativi e persistenti in memoria.

 

2. PEER EDUCATION

La Peer Education (letteralmente educazione tra pari) rappresenta una strategia educativa volta ad attivare un processo spontaneo di trasmissione di conoscenze e di esperienze da parte di alcuni membri di un gruppo ad altri membri di pari stato, ovvero di pari età, pari condizioni sociali ecc… La Peer Education è tra le strategie didattiche un intervento che aziona un processo di comunicazione globale, ponendo in sintonia i soggetti coinvolti, talvolta anche definito momento transferiale intenso.

Con un’accezione più scolastica, si parla solitamente di Peer Instruction, un metodo sviluppato dal professore Eric Mazur per il suo corso di  fisica presso la Harvard University, nei primi anni ’90, il quale adottò un approccio profondamente simile al modello Flipped Classroom.

Mazur invita gli allievi a studiare l’argomento del giorno, prima della lezione universitaria, sul libro di testo, e basa le sue lezioni sulla strategia della Peer Instruction.

Come te-stimonia lo stesso Mazur, durante una conferenza tenuta nel 2013 alla Facoltà di Medicina presso la Harvard University, le sue lezioni di  fisica prevedono un pubblico già preparato sull’argomento che verrà affrontato, permettendo all’insegnante di porre loro una precisa domanda, a risposta multipla.

Gli studenti ponderano sulla domanda in silenzio e trasmettono la propria risposta tramite un clicker*.

*[Il clicker è un piccolo telecomando in grado di trasmettere la sequenza dei tasti premuti ad un computer cui è collegato un ricevitore].

L’insegnante controlla poi l’istogramma delle risposte date, fornite automaticamente dal proprio computer, e valuta tali risposte.

Se buona parte degli studenti ha scelto la risposta sbagliata, allora l’insegnante li esorta a discuterne per qualche minuto con il proprio vicino di banco, per poi trasmettere nuovamente la risposta scelta.

Spesso, afferma Mazur, gli studenti che hanno risposto in modo errato al primo tentativo, rispondono correttamente dopo la fase di discussione: la vera e propria attività di Peer Instruction.

Ovviamente l’uso dei clickers non è indispensabile: spesso, anche lo stesso Mazur, suddivide la classe in piccoli gruppi di studenti, i quali devono, all’interno del gruppo, discutere e proporre risposte alle domande dell’insegnante.

Si può sfruttare questa tecnica per far sì che quegli studenti che hanno raggiunto gli obiettivi prefissati aiutino i compagni rimasti indietro.

La Peer Instruction non è particolarmente diffusa nella scuola tradizionale italiana, soprattutto perché il tempo che si ha a disposizione in classe è limitato; si inquadra invece perfettamente nell’ottica del modello Flipped Classroom in cui il tempo scolastico, liberato dalle spiegazioni frontali, risulta indubbiamente aumentato. 

È bene far notare che, l’idea che la Peer Instruction aiuti solamente gli studenti in difficoltà, a scapito di quelli più preparati, è assolutamente infondata.

Durante lo scambio di informazioni, infatti, che solitamente avviene dacoloro che hanno compreso meglio gli argomenti verso coloro che necessitano di ulteriori spiegazioni, entrambe le parti coinvolte accrescono notevolmente il loro livello di apprendimento.

Gli studenti che presentano dubbi di qualsiasi genere sono più coinvolti se la spiegazione avviene da parte di studenti al loro pari, piuttosto che dall’insegnante, pertanto sono più disinvolti nel porre le domande che li aiuterebbero a raggiungere una comprensione completa.

I propri pari possono essere i migliori insegnanti, perché sono coloro che si ricordano cosa vuol dire non capire. 

D’altra parte, se gli studenti più preparati pensano che non sia necessaria l’esposizione ai compagni si sbagliano: la completa padronanza di un argomento, di fatto, si ottiene nel momento in cui si sanno trasferire i contenuti chiave ad altri.

Solo allora si può sostenere di aver compreso a fondo ed interiorizzato l’argomento in questione. In aggiunta, il trasferire contenuti a coloro che non li sanno, piuttosto che ad un insegnante che li conosce, richiede maggior chiarezza sia mentale che di esposizione.  

Questo trasferimento di conoscenze aiuta, sia chi trasmette che chi riceve, a memorizzarle in modo persistente.

 

3. PROBLEM SOLVING

Il Problem Solving, sul piano didattico, è un approccio teso a sviluppare l’abilità nella risoluzione di problemi, dal punto di vista psicologico, comporta mentale ed operativo, spendibile in ogni ambito, nonostante solitamente venga associato alle abilità logico matematiche di risoluzione dei problemi è tra le strategie didattiche la più conosciuta ma paradossalmente la meno utilizzata.

Un tale metodo, applicato a scuola, permette allo studente di sviluppare capacità di valutazione e di giudizio obiettivo, insegnandogli a risolvere gradualmente problemi sempre più complessi.

La didattica per problemi, altro nome che viene dato a questo approccio, deve essere funzionale rispetto agli obiettivi educativi da conseguire, in termini di conoscenze, competenze e capacità.

Il filosofo Karl Popper sostiene che la ricerca scientifica consiste nel risolvere problemi, […] la vita è costituita da problemi da risolvere e quindi che apprendere a risolvere problemi significa apprendere a vivere […]_,riprendendo esattamente ciò che si legge in Dewey: l’educazione è vita.

Nelle scuole italiane si tende sempre più spesso a lavorare con un approccio problem solving, soprattutto per andare in contro alla nuova idea di didattica per competenze, di cui si discuterà meglio successivamente.

Da una ricerca Ocse, infatti, dal titolo Creative problem solving: students’ skills in tackling real-life problems, che ha raccolto i dati provenienti da 44 Paesi del mondo, emerge che i quindicenni italiani sono tra i migliori al mondo nel problem solving, conquistando un dignitosissimo quindicesimo posto nella classica. Anche negli Stati Uniti, da sempre all’avanguardia, negli ambienti scolastici si punta a promuovere la strategia problem solving.

 

4. DIDATTICA LABORATORIALE

La Didattica Laboratoriale, è tra le strategie didattiche più attiva attiva e centrata sullo studente, basata sulla co-costruzione delle conoscenze che, procedendo per problemi e per ricerca, porta all’elaborazione di un prodotto, cognitivo o materiale.

La Didattica Laboratoriale si fonda principalmente su un approccio costruttivista dell’apprendimento, e si pone come obiettivo quello di passare dalla semplice informazione alla vera formazione, incoraggiando un atteggiamento attivo degli studenti basato sulla propria curiosità, piuttosto che il tradizionale atteggiamento passivo di una lezione frontale, ottenuto facendo ricorso all’autorità del docente.

Un’attività laboratoriale si differenzia dalla lezione frontale in quanto porta all’acquisizione del sapere tramite compiti pratici e problemi da risolvere, anziché ascolto e studio personale, stimolando quindi l’interazione e le capacità critiche degli studenti.

Il laboratorio, oltre che un ambiente scolastico, è prima di tutto uno spazio mentale attrezzato, e va inteso in senso estensivo come qualsiasi spazio, fisico, operativo e concettuale, opportunamente adattato ed equipaggiato per lo svolgimento di una specifica attività formativa, come precisa il professor Fiorino Tessaro.

I compiti previsti nell’ambito di attività laboratoriali devono essere ragionevolmente più alti dei livelli di partenza, in modo da favorire un apprendimento per scoperta (Discovery Learning), alternando il lavoro di gruppo al lavoro individuale, e devono essere finalizzati all’elaborazione di un prodotto reale.

In un contesto laboratoriale, l’insegnante segue gli studenti nel percorso che li porta all’elaborazione del progetto prestabilito, incoraggia, indirizza e risponde alle domande, fornendo, se richiesto, lezioni mirate ed approfondite.

Una simile organizzazione del lavoro porta lo studente ad acquisire un apprendimento di tipo specialistico, perché egli agisce concretamente, operando in prima persona, e scopre qualcosa di nuovo grazie alle esperienze con cui viene messo a contatto.

 

5. SPACED LEARNING

Tra le nuove strategie didattiche va menzionata sicuramente la tecnica didattica dello Spaced Learning, recentemente ideata dallo scienziato Paul Kelley, fonda le sue basi teoriche sulle ricerche del neuroscienziato statunitense R. Douglas Fields, riguardo la stimolazione delle cellule cerebrali. L’idea semplificata di fondo è che le cellule del nostro cervello si accendono e si collegano tra loro a seconda della stimolazione inviata.

La scoperta più sorprendente sta nel fatto che se la stimolazione è continua allora la cellula non si accende, la stimolazione deve pertanto essere separata da intervalli: i cosiddetti brain breaks.

Fields ed il suo gruppo di ricerca hanno dimostrato che occorrono interruzioni di dieci minuti fra una stimolazione e l’altra anché le cellule si accendano e si costruisca la memoria a lungo termine. Paul Kelley ha pensato di trasportare le scoperte di Fields alla didattica, ideando la teoria dello Spaced Learning, o apprendimento intervallato.

Una lezione basata sullo Spaced Learning è costituita da tre momenti di input della durata di quindici minuti, separati da due intervalli di dieci minuti ciascuno, durante i quali si effettua l’interruzione necessaria alle cellule, secondo le ricerche di Fields. STRATEGIE DIDATTICHE, STRATEGIE DIDATTICHE, STRATEGIE DIDATTICHE, STRATEGIE DIDATTICHE

I tre momenti di input consistono, nell’ordine, di:

Fondamentali però sono gli intervalli di interruzione, in cui è indispensabile che le attività svolte si distacchino completamente dai contenuti della lezione: ottimi sono i lavori manuali o le attività fisiche, l’importante è che fungano da distrazioni per gli studenti.

Questa tecnica, oltre a favorire la memorizzazione delle informazioni da parte degli studenti, diminuisce, talvolta, i problemi di disciplina, anche se è alto il rischio di confusione nei momenti di intervallo.

Dunque, con le innumerevoli strategie  didattiche praticabili e la completa autonomia della gestione del tempo classe da parte dell’insegnante, sarà possibile personalizzare la didattica  in base agli interessi ed alle attitudini di chi apprende, potenziando i migliori e recuperando gli studenti in difficoltà, anche con l’aiuto dei più bravi. 

 

RISORSE CONSIGLIATE PER TE: I 6 KILLER DELL’ATTENZIONE IN CLASSE.

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BUON LAVORO!

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