LA PEDAGOGIA DELLA LUMACA

LA PEDAGOGIA DELLA LUMACA

La pedagogia della lumaca, ovvero l’elogio della lentezza.

Rousseau diceva che “bisogna perdere tempo per guadagnarne”, evidenziando che quello che a volte ci appare come tempo perso è in realtà il modo più idoneo per favorire i processi di apprendimento e di crescita dei bambini.

Gianfranco Zavalloni, pedagogista e dirigente scolastico autore di numerosi libri sui temi dell’ambiente e della scuola, ha dato una definizione autorevole di questo pensiero elaborando la pedagogia della lumaca.

È possibile sintetizzare la pedagogia della lumaca, ovvero l’elogio della lentezza, con un invito proveniente dalla cultura latina “Festina lente”, ossia affrettati lentamente.

 

Per arrivare alla meta non bisogna correre, magari improvvisando, ma impegnarsi senza fretta ed in modo oculato.

 

Il segreto dell’apprendimento scolastico, per Gianfranco Zavalloni, è in gran parte qui.

Non il tragitto dritto, lineare, veloce, solitario della freccia scagliata a colpire uno specifico bersaglio, piuttosto lo sviluppo delle capacità di tutti di aderire a quello che si sta facendo e costruendo, di andare a fondo scoprendone i significati e inventandosene di propri.

Una scuola lenta, una pedagogia della lumaca. Andare a piedi, usare le mani, esplorare, costruire, sbagliare e imparare dagli errori, aiutarsi reciprocamente.

 

«Qualsiasi apprendimento, per essere significativo, deve passare attraverso tre esperienze: il gioco, strumento ideale per apprendere e rispettare le regole, e per maturare nelle relazioni sociali; lo studio/l’impegno, per acquisire le componenti culturali della simbolizzazione e della comunicazione; il lavoro manuale, per educare il corpo all’uso di tutti i suoi sensi e per imparare a vivere nel mondo con responsabilità».

 

C’è, in questo splendido testo di Zavalloni, un repertorio ricchissimo di indicazioni e di spunti per una didattica efficace nelle scuole dell’infanzia e dell’obbligo scolastico, ma anche per l’educazione in genere.

Ci sono le strategie educative di rallentamento, basate sull’idea di Rousseau che «perdere tempo è guadagnare tempo»: perdere tempo ad ascoltare, a parlare insieme, perderlo per rispettare tutti, per condividere le scelte, per giocare, camminare, crescere.

Perdere tempo per un’altra idea di educazione, per un’altra società rispetto a quella, basata sul successo, sul guadagno, sul competere, sul vincere, che oggi sta assediando e danneggiando la scuola.

L’involucro dei consigli sembra nostalgia della scuola di una volta, prima della plastica, della fotocopiatrice, di internet, ma la sostanza è un’altra. Recuperare la stilografica, perfino il pennino e il calamaio, e la scrittura in corsivo, perché la bella scrittura è capacità di concentrazione, autocontrollo, sviluppo della mano che pensa, educazione all’ordine e alla bellezza.

Disegnare anziché fotocopiare, per non uccidere la creatività, l’originalità, l’unicità.

Creare da soli tavole, schemi e organigrammi, perché «solo così gli apprendimenti saranno davvero nostri. Scrivere lettere vere, per reimparare, nell’età del tempo senza attesa, la capacità di aspettare.

Bandire il copia e incolla, perché la ricerca non è assemblare, ma cercare le fonti attendibili, scegliere le informazioni che servono, darsi un punto di vista per organizzare, elaborare, concludere.

 

Strategie didattiche di rallentamento.

Per Zavalloni si tratta quindi di “perdere il tempo” all’interno della scuola, ovvero di scovare le diverse strategie didattiche utili a rallentare.

L’opera concreta è quella di ribaltare alcune pratiche educative e didattiche che ormai per inerzia sono entrate nelle consuetudini delle scuole. Di conseguenza, diviene indispensabile proporne di nuove, che forse per alcuni sembreranno vecchie o già poste negli archivi del passato.

 

  • Perdere tempo a parlare.

C’è una fase, di solito l’inizio del primo anno di un nuovo ciclo scolastico, in cui tutto il tempo perso a parlare e ad ascoltare i ragazzi nelle loro storie personali è preziosissimo.

È il tempo della scoperta, della conoscenza dei vissuti personali, dell’elaborazione di buone regole comuni del vivere insieme.

Perdere tempo senza fare il programma, uno dei principali motivi d’ansia dei nostri insegnanti, non è di certo perdere tempo.

Ci sarebbe molto da riflettere, a tal proposito, su tutte quelle attività di cosiddetta continuità fra i diversi gradi di scuola se poi non perdiamo tempo a conoscere i nostri ragazzi.

 

  • Ritornare alla cannetta e al pennino.

Qui si parla di penna stilografica, di cannetta, pennino e inchiostro. È l’arte della calligrafia, dello scrivere bene, della bella scrittura.

Nell’era del computer si tratta anche di sperimentare la tecnica dell’inchiostro e del pennino.

 

  • Passeggiare, camminare, muoversi a piedi.

È la prima e indispensabile maniera per vivere in un territorio, per conoscerlo bene e a fondo nelle sue vicende storiche e geografiche.

Farlo insieme, con tutti i compagni della classe, permette di vivere emozioni, volgere lo sguardo su particolari mai visti dall’abitacolo delle nostre veloci automobili, sentire gli odori, provare sensazioni che creano legami.

Per questo sarebbe davvero importante cominciare o ricominciare a fare gite a piedi.

 

  • Disegnare anziché fotocopiare.

La fotocopia è la grande maledizione delle nostre scuole.

Oggi si fotocopia tutto. Abbiamo la mania di riprodurre tutto con una fotocopia e darlo da colorare ai nostri ragazzi oggi diventati espertissimi nel riempire di colore gli spazi di una fotocopia. Bisogna recuperare l’originalità del fare personalmente, con il disegno proprio.

Disegnare e creare da soli tavole, schemi e organigrammi. Solo così gli apprendimenti saranno nostri.

 

  • Guardare le nuvole nel cielo e guardare fuori dalla finestra.

Conosco una maestra che porta spesso i ragazzi della propria classe nel prato davanti a scuola.

Nelle giornate nuvolose e di vento, li fa sdraiare per terra e guardare le nuvole nel cielo, immaginandone forme e movimenti. È scuola questa? Si è scuola, un’eccezionale scuola di poesia.

 

  • Scrivere lettere e cartoline vere, usandole come mezzo artistico.

Nell’era della posta elettronica ricevere gli auguri di Natale con una lettera di posta elettronica indirizzata ad altre 150 persone può, se ci fermiamo un attimo a pensarci, creare un po’ di disagio.

Si fa prima e non si perde tempo, questa è la motivazione.

Non c’è nulla di più spersonalizzante. Che bello, invece, ricevere e scrivere una cartolina, una lettera singola, un biglietto personalizzato.

In occasione delle feste e delle ricorrenze, anziché i classici regalini, gadget o piccoli giocattoli spesso inutili, si potrebbe proporre ai nostri ragazzi di scrivere, ad esempio, cartoline variamente decorate con un ampio ventaglio di tecniche, come il collage, i timbri decorativi e tante altre.

 

Bibliografia

  • Zavalloni G. (2008), La pedagogia della lumaca. Per una scuola lenta e solidale, EMI, Bologna
  • Latouche (2008), Breve trattato sulla decrescita serena, ed. Bollati Boringhieri

 

Spero questo articolo possa esserti stato d’aiuto. 

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