INDIVIDUALIZZAZIONE, PERSONALIZZAZIONE, INTEGRAZIONE

INDIVIDUALIZZAZIONE, PERSONALIZZAZIONE, INTEGRAZIONE

Già da diversi anni ormai, le nostre scuole sono frequentate da disabili. L’inserimento però non è sinonimo di integrazione: in molti casi gli sforzi compiuti per individualizzare e personalizzare l’insegnamento si sono rivelati controproducenti sul piano della socializzazione, in altri, dove è stata privilegiata la dimensione della socializzazione, gli esiti si sono rivelati deludenti sul piano dello sviluppo delle abilità cognitive. INDIVIDUALIZZAZIONE, PERSONALIZZAZIONE, INTEGRAZIONE

Il problema fondamentale da risolvere, dunque, è come conciliare il principio della socializzazione con quello didattico dell’individualizzazione e della personalizzazione per realizzare un efficace processo di integrazione del disabile nel gruppo classe.

Al fine di utilizzare un linguaggio comune, cominciamo a far chiarezza sulle “parole chiave”:

INDIVIDUALIZZAZIONE, PERSONALIZZAZIONE, INTEGRAZIONE

“L’istruzione individualizzata non è una istruzione individuale, realizzata semplicemente in un rapporto uno a uno.

Essa consiste nell’adeguare l’insegnamento alle caratteristiche individuali degli alunni (ai loro ritmi di apprendimento, alle loro capacità linguistiche, alle loro modalità di apprendimento ed ai loro prerequisiti cognitivi), cercando di conseguire individualmente obiettivi di apprendimento comuni al resto della classe.

Bisogna attraversare strade diverse, più corte, più lunghe, più attente ai bisogni di concretezza o più astratte, ma sempre orientate al raggiungimento di traguardi formativi comuni” (M. BALDACCI).

INDIVIDUALIZZAZIONE, PERSONALIZZAZIONE, INTEGRAZIONE

Sottile è la differenza tra individualizzazione e personalizzazione.

L’ individualizzazione attiene alle procedure didattiche volte a fare perseguire a tutti gli studenti le abilità strumentali di base e le competenze comuni attraverso una diversificazione dei percorsi di apprendimento.

La personalizzazione attiene invece alle procedure didattiche volte a permettere a ogni studente di sviluppare le proprie peculiari potenzialità intellettive, differenti per ognuno, sempre attraverso forme di differenziazione degli itinerari d’apprendimento.

 

In altri termini l’individualizzazione mira a obiettivi comuni per tutti, invece la personalizzazione si basa su traguardi diversi e personali per ognuno.

 

Comunque l’uso dei termini individualizzazione e personalizzazione è relativamente simile, nel senso che entrambi riconoscono l’opportunità di abbandonare pratiche didattiche uniformi e indifferenziate per assicurare un intervento educativo e didattico che tenga conto delle diversità tra gli alunni.

INDIVIDUALIZZAZIONE, PERSONALIZZAZIONE, INTEGRAZIONE

Vediamo ora cosa intendiamo con il termine integrazione.

L’integrazione non è un processo che prevede l’adattamento di una parte al tutto, ma in cui ciascuno possa giovarsi del tutto per rispondere ai suoi bisogni, per migliorare il suo livello di relazione con la realtà circostante.

“Non occorre fare altro, ma farlo in altro modo con la consapevolezza che l’alunno in situazione di handicap necessita di essere riconosciuto per quegli elementi di specificità che lo caratterizzano, ma soprattutto per la normalità del fondamentale bisogno di educazione e formazione che è uguale per tutti”. (D. IANES)

 

Sicuramente non vuol dire assimilare la stessa identità del gruppo nel quale il soggetto viene inserito in quanto è persona integrata quella persona che conserva una propria identità diversa dalle altre e con il suo posto nel gruppo.

“L’integrazione è un processo in continuo divenire in cui sia il gruppo ricevente sia i nuovi soggetti tendono a cambiamenti atti a consentire loro occasioni di condivisione di comuni conoscenze, di aiuto reciproco, di collaborazione in funzione dello sviluppo di tutte le potenzialità dei singoli soggetti e per lo sviluppo del massimo grado di autonomia di ciascuno” (M. GELATI).

 

Non si può parlare, dunque, di integrazione se gli alunni in difficoltà fanno cose diverse dal resto della classe o, peggio ancora, se vengono portati fuori dalla classe.

Bisogna che la didattica individualizzata non sia fine a se stessa bensì propedeutica all’integrazione. In altri termini, l’individualizzazione deve servire all’integrazione e non, come in molti casi succede, costituire un ostacolo alla sua realizzazione. Per cambiare atteggiamento culturale e fare in modo che l’individualizzazione dell’insegnamento diventi funzionale alla integrazione, occorre una nuova didattica.

Questa INDIVIDUALIZZAZIONE, PERSONALIZZAZIONE, INTEGRAZIONE

“non mette i contenuti scolastici al centro del processo di insegnamento-apprendimento ma li riporta al loro giusto ruolo di stimolo percepibile e utilizzabile da tutti gli alunni”

(C. SCATAGLINI C. e A. GIUSTINI).

Il ricorso ad una didattica con questa accezione, si fa sempre più urgente se si considera che nella nostra scuola, oggi, accanto agli alunni disabili sono presenti plurime diversità. Una tendenza diffusa è quella di considerare queste diversità come “incidenti” e tendere ad eliminarne ogni traccia cercando di normalizzarle al più presto.

Tale tendenza è collegata ad una idea di scuola centrata sull’insegnamento, dove l’alunno è il destinatario che deve ricevere e restituire il messaggio e le discipline sono il fine della scuola.

Se le consideriamo occasioni, vuol dire che abbiamo una idea di scuola diversa: le diversità non costituiscono un ostacolo perché segnalano in modo evidente che la realtà non è uniforme, che la normalità è costituita appunto da plurime diversità. L’eterogeneità è la normalità.

L’alunno in difficoltà diventa una occasione perché la scuola si ripensi come strumento di successo formativo per tutti e le discipline di insegnamento diventano il mezzo per promuovere la personalità dell’allievo in tutte le sue dimensioni (C. GIRELLI).

Il Regolamento sull’autonomia consente alle scuole di ripensarsi come strumento di successo nella misura in cui parla di “forme di flessibilità dell’offerta formativa che soddisfino tutte le diverse esigenze nel rispetto del pr incipio generale dell’integrazione degli alunni nella classe e nel gruppo” (DPR n. 275, 8 marzo 1999).

INDIVIDUALIZZAZIONE, PERSONALIZZAZIONE, INTEGRAZIONE

Ma chi, nel concreto, lavora per l’integrazione?

L’atteggiamento di delega dell’attuazione del progetto educativo individualizzato al solo insegnante di sostegno da parte dei colleghi della classe è spesso generato da due equivoci.

Il primo riguarda la confusione fra funzione di sostegno e ruolo di sostegno. L’intervento di sostegno coincide con l’intero orario scolastico: in questo senso è una funzione che può essere svolta da diversi ruoli.

L’insegnante di sostegno è solo uno di questi ruoli e svolge la sua azione non solo nel lavoro diretto con l’alunno in difficoltà, ma soprattutto nell’aiutare i colleghi a gestire le situazioni problematiche che inevitabilmente si presentano quando in classe è inserito un soggetto in situazione di handicap. 

Non sempre egli avrà la competenza disciplinare specifica, soprattutto nella scuola secondaria di primo grado, ma le competenze didattiche e relazionali gli consenti ranno di orientare l’intervento dei colleghi (F. LAROCCA).

Il secondo equivoco riguarda l’idea di intervento speciale: Il disabile necessita di un intervento specializzato e solo l’insegnante di sostegno è specializzato. Si fa confusione fra didattica e terapia e si riduce il disabile al suo deficit inserendolo in una categoria speciale che, in quanto tale, non ha nulla a che fare con il normale lavoro della classe.

Non si tratta di sottovalutare il bisogno educativo speciale dell’alunno disabile, ma di soddisfarlo in un progetto che preveda la collaborazione di tutti.

L’interscambio dei ruoli tra l’insegnante di sostegno e gli insegnanti curricolari è una condizione essenziale affinché l’insegnante di sostegno non venga considerato l’insegnante del disabile , ma una persona che ha il compito di creare un raccordo tra l’alunno disabile, i suoi compagni e i docenti della classe (M. PAVONE).

I provvedimenti legislativi, oltre ad occuparsi del concetto di “contitolarità” della classe si sono anche preoccupati di sottolineare:

“l’illegittimità dell’uscita dalla classe degli alunni con handicap, salvo i casi in cui un periodo di attività individuale sia espressamente previsto dalla stesura del PEI e concordato tra docente specializzato e docenti curricolari ”

(C.M. n. 153 del 15 giugno 1988).

L’insegnante di sostegno è un operatore di rete interno alla scuola (con il compito di curare la comunicazione e la collaborazione con i colleghi di classe, col dirigente, con il personale ATA e con gli alunni) ed esterno alla scuola (con il compito di curare la collaborazione con le famiglie, con il personale dei servizi socio-sanitari, con le associazioni e con gli esperti).

Il suo scopo istituzionale è quello di fare tutto il possibile affinché l’allievo disabile possa sviluppare al meglio tutte le sue potenzialità integrandosi in una comunità scolastica capace di accogliere e valorizzare le differenze (V. PIAZZA). INDIVIDUALIZZAZIONE, PERSONALIZZAZIONE, INTEGRAZIONE

 

Il L’articolo proposto contiene un adattamento dell’articolo di Margherita MIELE, Didattica integrata e strategie di intervento in classe, “Quaderni del Dipartimento di Scienze pedagogiche e didattiche”, n. 6, 2007, pp. 143 -168.

 

Spero questo articolo possa esserti stato d’aiuto. 

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2 Comments
  1. ANNA MARIA MARINO

    Salve Professore, sono un’insegnante di sostegno e condivido pienamente il suo pensiero. mi trovo ogni giorno a combattere per realizzare una didattica che sia veramente inclusiva e non illusoria. questa pagina va stampata in milioni di copie e lasciata sul tavolo di tante colleghe che continuano a svolgere la pratica didattica con i più bravi, tralasciando tutti quei bambini che attendono quello stimolo in più, quel momento magico per riuscire anche loro ad avere il successo!

  2. Salve Anna, mi fa molto piacere ogni tanto incontrare Insegnanti che ancora la pensano come me, la cosa mi fa sentire meno solo! Un abbraccio a presto.

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