DISTURBO OPPOSITIVO PROVOCATORIO

DISTURBO OPPOSITIVO PROVOCATORIO: COME COMPORTARSI IN CLASSE?

Il Disturbo Oppositivo Provocatorio è uno dei casi più temuti dagli insegnanti, che sanno quanto possa mettere a repentaglio la serena conduzione della classe.

Specie oggi che la media degli alunni iscritti per ogni classe è sensibilmente aumentato, trovarsi a dover gestire un gruppo di studenti in cui sia inserito un alunno con Disturbo Oppositivo Provocatorio può trasformare la gestione dell’attività didattica in una situazione molto logorante.

Da poco è giunta in Italia la traduzione del DSM V, il nuovo manuale Diagnostico dell’American Psychiatric Association, che raccoglie gli otto criteri del disturbo oppositivo provocatorio presenti nel DSM IV, riorganizzandoli in tra distinte categorie: umore rabbioso/irritabile, comportamento ostinato/oppositivo e comportamento vendicativo .

Al di là del mutare delle categorizzazioni, però, rimane come costante la constatazione di essere di fronte a soggetti che sfidano l’autorità e che sembrano persino provare piacere nel fare del male agli altri; le regole vengono infrante deliberatamente, sia in casa che a scuola ed i compagni di classe tendono ad escluderli dai loro giochi.

Inoltre, quando arriva la punizione , questa sembra diventare occasione per opporsi all’adulto (genitore o insegnante) e dunque non sortisce l’effetto deterrente sperato.

Anche di fronte a questi comportamenti, però, sono da evitarsi le “diagnosi fai da te”, mentre è sempre consigliabile rivolgersi agli esperti del settore.

Di certo, aver a che fare con un alunno DOP non è semplice e comporta una notevole capacità di tenere sotto controllo le nostre reazioni, che potrebbero facilmente essere esasperate da frustrazione, stanchezza, rabbia. Ma se queste emergessero, non faremmo altro che riattivare il ciclo di opposizione/provocazione dell’alunno, infilandoci in una pesante circolo vizioso.

Una delle strategie da utilizzare è far riflettere il soggetto sulle più evidenti conseguenze del suo comportamento, che lo rende isolato ed infelice, con cadute anche dell’autostima: nei fatti, come già detto, gli altri compagni non desiderano la sua compagnia, considerandolo un “bullo”.

L’insegnante, pertanto, può cercare di mettere in luce e rinforzare i comportamenti positivi, ogni qual volta si presentino, stabilendo poche e chiare regole e cercando di essere coerenti rispetto a premi e punizioni, se questi sono stati previsti.

Ma soprattutto, bisogna evitare di cadere nella trappola della reazione emotiva calibrata sull’onda della sfida personale.

 

Nei fatti, ci sono alcuni punti cardine a cui far riferimento:

 tenere sempre presente che il comportamento dell’alunno non è una sfida diretta contro la persona del docente, quanto una richiesta di attenzione;

 ricordarsi che è il soggetto stesso a soffrire in prima persona ed a pagare sulla propria pelle, in termini, per esempio, di bassa autostima ed isolamento sociale;

evitare di “abboccare all’amo delle provocazioni, applicando in modo fermo e pacato, ovvero senza rabbia, le punizioni già fissate precedentemente allatto scorretto. Da evitarsi premi o punizioni che non siano stati concordati.

Saper gestire le proprie emozioni ed i propri sentimenti, valutando i comportamenti e non l’alunno ha il vantaggio di spostare il rimprovero e la disapprovazione non già sulla persona, ma sull’atto sbagliato.

Una cosa è dire: “Quello che hai fatto è una cosa che non va bene e che comporta una conseguenza negativa”, altro è affermare: “Tu sei una persona sbagliata/cattiva/aggressiva”.

Se aiutiamo l’allievo a recuperare il senso del proprio valore personale, sarà più disposto e cercare di “correggere” i propri comportamenti.

 

Spero questo articolo possa esserti stato d’aiuto. 🙂

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